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L’Europa del carbone. Soldati e migranti del Novecento europeo

Viaggio d’istruzione in Belgio e Francia per docenti e operatori culturali dell’Emilia-Romagna nei luoghi dell’emigrazione e dei conflitti mondiali che hanno ispirato le politiche di pace e di tutela sui diritti dei lavoratori.

L’esperienza dell’arruolamento militare di massa, la prigionia e le grandi migrazioni economiche nella prima metà del Novecento sono state, oltre alle deportazioni della Seconda guerra mondiale, le principali occasioni di percorrenza e di conoscenza nei Paesi europei fondatori dell’Unione da parte dei ceti popolari italiani. Da qui però hanno avuto origine anche i tentativi di comporre pacificamente le relazioni commerciali fra gli stati detentori di risorse e materie prime essenziali per lo sviluppo industriale, e l’aspettativa di vedere riconosciute maggiori tutele sociali per i lavoratori impegnati nei mestieri più umili. Sentimenti di solidarietà e di giustizia sociale sono progressivamente maturati e divenuti patrimonio valoriale dell’UE.
Solo dopo le immani tragedie dei due conflitti mondiali e dopo il sacrificio estremo di migliaia di lavoratori accorsi nel dopoguerra là dove era possibile trovare occupazione e prospettive di emancipazione ha preso corpo la moderna idea d’Europa.
La visione di un’Europa senza frontiere, intesa come spazio di opportunità diffuse e di maggiori tutele dei diritti soggettivi, nasce sulle ceneri di conflitti e tragedie che hanno attraversato almeno tre generazioni del Novecento.
Una porzione ben circoscritta di territorio del Belgio meridionale e del nord-est francese contiene e può ben ricordare a tutt’oggi, nei musei e nei centri di documentazione, i principali eventi storici che hanno ispirato i principi valoriali della moderna convivenza e sono stati scelti come meta di un viaggio d’istruzione che ha come destinazioni Bruxelles, Charleroi-Marcinelle, Peronne, Thiepval e Compiegne. Lì si sono consumate sanguinose quanto inutili battaglie campali nel corso della Grande Guerra ove sono cadute intere generazioni di tedeschi, francesi e inglesi.
Sui campi lungo le rive della Somme nell’estate 1916 dopo Verdun trovarono la morte 130.000 soldati britannici, 50.000 francesi e 160.000 tedeschi; più numerosi ancora gli invalidi e i feriti. Da lì sono passate le truppe naziste che hanno invaso Francia e Paesi Bassi nel 1940 e lì si sono indirizzate migliaia di emigranti italiani, economicamente necessari quanto socialmente indesiderati, così come accade oggigiorno anche nel nostro Paese.
Le corrispondenze giornalistiche negli anni del boom economico contano 75.000 italiani occupati nelle miniere del Belgio, 16.000 solo nel distretto di Charleroi, ma anche più di 600 vittime di incidenti sul lavoro minerario tra il 1946 e il 1956. L’evento più noto fu quello di Marcinelle l’8 agosto del 1956 in cui persero la vita, per la scarsa sicurezza dei pozzi minerari, 262 operai di dodici nazionalità diverse, ma per oltre la metà italiani: 136 per l’esattezza. Di fronte a quella tragedia fu interrotto l’esodo di manovali italiani verso il Belgio, ma fu avviata anche una regolamentazione più severa in materia di sicurezza sul lavoro; quello che la maggioranza benestante nemmeno allora voleva affrontare. Vicende analoghe anche nel vicino Lussemburgo, dove tra ciminiere e pozzi minerari gli italiani hanno rappresentato in quegli anni la più numerosa comunità di immigrati, capace comunque di raggiungere positivi livelli di integrazione sociale.

“La fame deve essere una brutta bestia se chi è nato in posti così belli ha poi deciso di andarsene a lavorare dentro un buco profondo duecento metri !” Comincia così la memoria di un novantenne romagnolo che ricorda il duro lavoro quotidiano a Esch sur Alzette, il piacere di giocare a calcio contro i grandi club europei nelle squadre del dopolavoro (primo livello di integrazione) e la determinazione a superare le diffidenze xenofobe dei nativi per farsi rispettare come onesti lavoratori. E l’epos del calcio, per i giovani della generazione Erasmus, rappresenta oggi una dimensione condivisa e una mappa fantasiosa dell’Europa da conoscere. Sarà importante allora ricordare che l’inizio del processo unitario risale ai primi anni Cinquanta con la CECA e la CEE, nonostante le tensioni della guerra fredda, per volontà di grandi statisti che avevano conosciuto l’esperienza della guerra e in difesa delle popolazioni che pagavano ancora la precarietà del dopoguerra.

Visitare i luoghi che hanno generato la visione europea sarà uno stimolo, un punto di vista interculturale, verso la conoscenza dei benefici raggiunti e dei traguardi ancora da perseguire, per la difesa e la consapevolezza di un patrimonio civile da mettere in valore. E’ così che lo studio di una stagione dell’emigrazione italiana di alcuni decenni fa può risultare ancora utile per i docenti e i giovani coinvolti a riscoprire le condizioni di partenza di un processo unificante, insieme ai problemi odierni delle frontiere, dell’emigrazione per necessità economiche, delle criticità connesse ai cosiddetti lavori che non vuole più fare nessuno.

Per la fase propedeutica del progetto ci si potrà avvalere di docenti universitari di varie sedi collegati al Punto Europa di Forlì, la cui competenza è già stata apprezzata in occasione di recenti seminari sul tema dei diritti all’interno dell’UE.

Progetto promosso dal coordinamento della Rete degli Istituti storici dell’Emilia-Romagna

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